Questa frase, pronunciata dal Dott. Rizza durante il Master di Psicosomatica che ho frequentato, mi accompagna ancora oggi nella mia pratica clinica. È una riflessione semplice ma profonda, che racchiude uno dei principi fondamentali della psicosomatica: il corpo non è soltanto il luogo in cui si manifestano i sintomi, ma anche uno straordinario mezzo di comunicazione.
Il nostro organismo è progettato per proteggerci e permetterci di adattarci alle difficoltà della vita. Ogni giorno mette in atto meccanismi sofisticati per mantenere il nostro equilibrio fisico ed emotivo.
Tuttavia, quando viviamo situazioni di stress prolungato, emozioni che fatichiamo a riconoscere o esperienze dolorose non elaborate, il corpo può iniziare a inviare dei segnali. All'inizio possono essere lievi: tensione muscolare, agitazione, difficoltà digestive, insonnia o stanchezza persistente. Se questi messaggi continuano a essere ignorati, il disagio può intensificarsi fino a manifestarsi attraverso sintomi fisici più evidenti.
È proprio questo il campo di studio della psicosomatica: comprendere il possibile significato del sintomo senza ridurlo esclusivamente a una causa organica o esclusivamente psicologica.
Dal punto di vista psicologico e psicosomatico, l'emetofobia può assumere significati diversi da persona a persona. In alcuni casi può essere associata alla difficoltà di "lasciar andare", di esprimere emozioni intense o di elaborare esperienze dolorose rimaste bloccate nel tempo.
Il bisogno di mantenere il controllo e la paura dell'imprevedibilità possono contribuire a mantenere vivo il disturbo. È importante sottolineare che questa rappresenta una possibile chiave di lettura e non una spiegazione valida per tutti.
Ogni sintomo va sempre compreso all'interno della storia personale, delle esperienze di vita e del funzionamento psicologico della singola persona.
Molte persone raccontano che tutto è iniziato dopo un episodio vissuto come traumatico, ad esempio:
In altri casi l'emetofobia compare durante periodi di forte stress.
Il cervello, attraverso i meccanismi della memoria emotiva, può riattivare inconsapevolmente le sensazioni sperimentate durante momenti di vulnerabilità, facendo percepire nuovamente il pericolo anche quando non esiste una reale minaccia.
Uno degli aspetti che mantiene l'emetofobia è il cosiddetto circolo vizioso dell'ansia.
L'ansia aumenta l'attivazione del sistema nervoso autonomo, provocando sintomi come nausea, tensione allo stomaco e senso di malessere.
La nausea viene interpretata come la conferma del pericolo imminente.
Di conseguenza, la paura aumenta ulteriormente, intensificando ancora di più i sintomi fisici.
Per sentirsi al sicuro, la persona può iniziare a mettere in atto numerosi comportamenti di controllo:
Nel breve periodo questi comportamenti sembrano ridurre l'ansia.
Nel lungo periodo, però, rafforzano la convinzione che il pericolo sia reale, mantenendo e spesso aggravando il disturbo.
Il primo passo consiste nel comprendere come si è sviluppata la paura e quali fattori la mantengono nel presente.
L'obiettivo non è eliminare il sintomo a tutti i costi, ma comprenderne il funzionamento e aiutare la persona a recuperare gradualmente la propria libertà.
Tra gli interventi che hanno mostrato maggiore efficacia troviamo: La Terapia CognitivoComportamentale (TCC), in particolare attraverso l'esposizione graduale, è oggi considerata il trattamento di prima scelta per l'emetofobia.
Permette di interrompere il circolo vizioso dell'ansia e di ridurre progressivamente i comportamenti di evitamento.
L'EMDR può essere particolarmente utile quando la paura è collegata a un evento traumatico o a ricordi emotivamente molto intensi, favorendo l'elaborazione dell'esperienza.
Le tecniche di respirazione, rilassamento e regolazione emotiva aiutano a ridurre l'attivazione fisiologica dell'organismo e a gestire meglio la nausea legata allo stress.
Quando indicato, un percorso psicologico può integrare anche un lavoro di consapevolezza sulle emozioni, sui bisogni e sulle modalità di gestione del controllo, sempre sulla base della storia e delle caratteristiche individuali della persona.
Considerare il sintomo esclusivamente come qualcosa da eliminare rischia di far perdere un'importante occasione di comprensione. In una prospettiva psicosomatica, il sintomo può essere visto come un segnale che invita a fermarsi e ad ascoltare ciò che sta accadendo dentro di noi.
Questo non significa che ogni sintomo abbia necessariamente un'origine psicologica o che debba essere interpretato simbolicamente, ma riconoscere che corpo e mente sono profondamente interconnessi.
Per questo motivo, in presenza di nausea persistente o di altri disturbi fisici, è sempre importante effettuare una valutazione medica per escludere eventuali cause organiche.
Solo successivamente, quando opportuno, è possibile integrare una lettura psicologica e psicosomatica all'interno di un percorso di cura.
Imparare ad ascoltare il proprio corpo non significa averne paura. Significa iniziare a comprendere il linguaggio con cui, talvolta, cerca di richiamare la nostra attenzione.
Dott.ssa Iris Guazzetti
Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Emilia (RE)
Psicologa Psicoterapeuta a Reggio Emilia (RE)
Partita IVA 02144480353
Iscritta all’Albo degli Psicologi dell’Emilia Romagna n. 3900/sezione A