Psicologa Psicoterapeuta | Reggio Emilia

LEGAMI DANNEGGIATI: la famiglia che nutre la famiglia che “avvelena”

LEGAMI DANNEGGIATI: la famiglia che nutre la famiglia che “avvelena”

  • Dott.ssa Iris Guazzetti

Famiglia è un'unità di base di cui i membri sono legati, emotivamente ed economicamente l'uno all'altro, nel quale l’interindipendenza dei singoli membi è responsabili dello sviluppo di tutti, per tanto è un sistema relazionale in cui le relazioni sono reciproche tra di loro, quindi è importante eterogeneità.

Psicologo famiglia Reggio Emilia

Abate  formula una teoria evolutiva delle relazioni familiari che si condensa in 4 concetti:
Continuum sentire dentro-esprimere: riguarda il modo in cui le informazioni sono ricevute sul versante di fare esperienza (input) per poi essere espresse (auput). Si deve distinguere ciò che è sentito dentro e ciò che viene espresso. La valutazione può così essere effettuata sulla dimensione fondamentale del Continuum sentire Dentro-Esprimere. Il funzionamento della famiglia può essere valutato dal modo in cui affronta o evita gli eventi e le situazioni emotive e come reagisce agli eventi esterni che possono produrre crisi emotive.
Le risposte Relazionali (modello ERAAwC):
le informazioni che sono state recepite, vengono gestite lungo un continuum, sentire dentro-esprimere, Abate propone per questa gestione il modello a 5 dimensioni:
Emotività (E): si intende la competenza della famiglia di trattare i sentimenti, come i membri esprimono le proprie emozioni. L’Attacamento sta su due estremi Iperattaccamento-Sottoattaccamento. Si creano i ruoli disfunzionali Persecutore (stai qui),Distanziatore (va via),Regolatore (ho bisogno di te , va via non aiutarmi).
Razionalità (R): riguarda l’uso da parte della famiglia delle proprie competenze cognitive, e logiche per elaborare l’emotività. Agire subito-Dilazionare.
Attività (A): attiva o passiva nell’esprimere ciò che ha ricevuto.
Consapevolezza (Aw): o meccanismo di FeedBack orientato al cambiamento. Capacità di riflessione e introspezione, implica la consapevolezza dell’errore personale detto Insight.
Contesto (C): modalità attraverso cui la famiglia interpreta direttamente il problema andando da un estremo “è colpa di tutti” a “è colpa di Luigino”.
La “Buona Stella”: permette di relazionare i vari aspetti e la relazione di equilibrio tra di essi e indica se un aspetto prevale o è carente rispetto agli altri. Nelle famiglie Funzionali le situazioni dolorose e stressanti forniscono l’occasione di stare assieme e di condividere ciò che i membri stanno provando. Nelle famiglie Disfunzionali  le situazioni e il dolore possono produrre esitamento.

SCABINI  allo stesso tempo esplicita  i compiti della vita familiare italiana dove la famiglia deve crescere e fare fronte. Questi sono:
1) coppia: all'inizio della propria storia comune sono impegnate sul doppio versante da costruire la propria identità di coppia ed a staccar sia dalla famiglia d'origine.
2 ) nascita figli: si assume responsabilità parentali è una Inclusione nella coppia degli aspetti genitoriali e una rinegoziazione dei rapporti con la famiglia di origine rispetto ai ruoli materno paterno è nonno.
3 ) adolescenza: richiede che la famiglia sia flessibile e favorisca l'indipendenza dei ragazzi senza far mancar loro protezione.
4 ) invecchiamento: da cura e sostegno ai nonni.
È importante considerare l'intreccio interelazionale che determina una rotazione fluida tra le diverse generazioni i bisogni di indipendenza sostiene coesione.
Le condizioni socio-economico-culturale influenzano allo svolgimento di queste fasi.

Teoria dell’Attaccamento

L’attaccamento nei bambini piccoli possiede le seguenti caratteristiche:
Selettivo
Ricerca della vicinanza fisica
Ricerca di Benessere e Sicurezza
Angoscia da Separazione.
Secondo Bowlby il bambino possiede una predisposizione biologica che lo porta a sviluppare un attaccamento per chi si prende cura di lui, attraverso dei mezzi che mantengono la vicinanza del genitore, tali forme di risposte di attaccamento sono il pianto, l’attaccarsi e il seguire un genitore.
Ainsworth: ideo la “Strange Situation” identifica tre stili di Attaccamento:
Attaccamento Sicuro:  gioca serenamente quando la mamma è vicina, è caratterizzato dalla rassicurante fiducia  nella disponibilità e nell’appoggio dell’adulto. Se Separati dalla madre esprimono il loro sconforto, ma sono in grado di esplorare l’ambiente circostante, in  quanto sanno di poter contare su di lei nel momento del bisogno. Accoglie con entusiasmo il suo rientro. Sviluppano socievolezza, entusiasmo, più fiduciosi nel risolvere i conflitti sociali.
Attaccamento Ansioso-Ambivalente: sono quei bambini che hanno una madre imprevedibile nella risposta, che manifesta affetto solo in base ai suoi bisogni e che rifiuta il contatto quando il bambino lo richiede, tali bambini enfatizzano i segnali di protesta alla separazione, piangono inconsolabili, non esplorano l’ambiente, e al momento della ri-unione scaricano la rabbia manifestando aggressività (O Attaccamento Insicuro-Resistente). Modello del Sé:come di un individuo non degno di essere amato e confortato e un modello della figura di attaccamento come una persona da cui non aspettarsi niente.
Attaccamento Insicuro –Evitante: sono bambini che hanno una madre insensibile ai loro bisogni o segnali, che rifiuta o scoraggia il contatto fisico quando il bambino ha paura, manifestano al momento della separazione, non appare molto turbato, non manifesta il suo sconforto, esibiscono un eccesso di autonomia e di concentrazione al compito. Al momento della ri-unione, si mostra distaccato  evitando il contatto (Insicuro-Evitante). Sviluppano comportamentidi difesa percependo le relazioni come minacciose, sono più isolati, più ostili e con difficoltà relazionali

Nella specie umana la famiglia è il principale contesto in cui l’individuo si sviluppa dove il bambino cresce per circa ventenni, l’influenza della famiglia non cessa quando l’individuo esce dalla propria casa, ma si modifica (G. Novak, 1996). Con ogni probabilità egli creerà da adulto, un proprio contesto famigliare e relazionale nel quale i ruoli originali continueranno a esercitare la loro influenza. La famiglia non è solo l’unico sistema di educazione e relazione, Bronfenbrenner (1979) identifica tre sistemi, i microsistemi, come la famiglia, la scuola e il gruppo dei pari, che funzionano come sistemi completi; i mesosistemi occupano il livello intermedio, caratterizzato dall’interazione tra scuola,  famiglia e gruppo dei compagni.  Questi stessi contesti uniti a quelli esterni, definiti da Bronfenbrenner, quali la strutturazione sociale i mass media e le influenze esterne sono i macrosistemi. La teoria dei sistemi ha fornito una cornice unificante che comprende tutti gli studi che considerano la famiglia come unità (Selvini e Palazzoli, 1965). La nozione di sistema si presta a studiare la famiglia come sistema di relazioni reciproche che legano i suoi componenti, la cui specificità emerge dalla loro appartenenza alla famiglia.
Donna Baumrind (1966) ha identificato tre diversi stili educativi: autoritaario, permissivo e autorevole. Ognuno di questi differisce lungo due dimensioni: calorosità-ostilità e sollecitudine-severità (Gremberger, 1989). Queste dimensioni caratterizzano i vari comportamenti dei genitori. si è notato dalla ricerca che differenti sono le contingenze nei diversi stili educativi, dove l’ambiente domestico nella sua interezza, che comprende i genitori con i loro differenti stili educativi, ha caratteristiche distintive. Questi eventi forniscono contesti differimenti  che influenzano quasi tutte le relazioni comportamento-stimolo discriminativi e comportamento-conseguenza, tra genitori e bambino. Gli studi di Baumrind dimostrano che i diversi stili di disciplina hanno effetti differenti sul comportamento del bambino, che si manifestano immediatamente nella sua risposta al comportamento del genitore, ma che hanno anche effetti a lungo termine nel suo contesto cognitivo, sociale ed emotivo.
Tutte le mamme e tutti i papà possono diventare dei buoni allenatori emotivi. L’allenamento emotivo è un’arte che richiede consapevolezza emozionale e un insieme specifico di comportamenti di ascolto e di atteggiamenti rivolti alla soluzione di problemi (Gordon, 1991).
Gli ostacoli che devono essere superati sono il risultato del modo in cui le emozioni sono state gestite nelle famiglie di origine dei genitori stessi.
Si possono individuare diversi  stili educativi e la loro ripercussione sul bambino e nel futuro adulto.

  • Stile iperansioso

“…..Ma secondo lei le maestre della scuola materna sono in grado di controllare  venti  bambini di tre e quattro  anni, tutti assieme in una stanza, con diversi materiali pericolosi, matite, forbici, spigoli..
La mia bimba potrebbe tagliarsi una mano, oppure un bimbo molto irruente, mentre gioca con una matita le potrebbe levare un occhio…io non sono tranquilla, vedo la bimba spaventata, quasi quasi la tengo a casa e la mando a scuola alle elementari, visto che è obbligatorio…”

Chi parla è una mamma di una bambina di 4 anni, che si rivolge a me presso lo spazio ascolto della scuola, presentandomi le sue perplessità rispetto alla scuola dell’infanzia, ed allo stesso tempo le difficoltà di inserimento, in quanto a dire suo,  la bambina è spaventata e piange quando va all’asilo.
In questo caso si riscontra uno stile iperansioso, è riscontrabile in quei genitori che si preoccupano eccessivamente per la sicurezza fisica del bambino. Una mamma potrebbe, ad esempio riprendere il bambino con commenti del tipo: "Non salire sull'albero, potresti cadere", "Non correre, potresti inciampare e spaccarti la testa", "Non salire sul muretto, potresti scivolare e romperti una gamba", "Non toccare il gatto, potrebbe avere le pulci", queste frasi sono molto ricorrenti nello stile educativo di questa madre.
Per tanto un bambino che si sente frequentemente lanciare messaggi di questo tipo apprenderà una visione della vita basata su convinzioni del tipo: "I pericoli sono dappertutto e potrebbero succedere cose orribili"; "Bisogna stare sempre all'erta e preoccuparsi in continuazione di ciò che può accadere"; "Si può stare tranquilli solo se si ha la certezza che le cose vadano bene". I genitori nei quali prevale questo stile educativo tendono ad avere figli timidi, paurosi, insicuri e alla ricerca ossessiva di sicurezza (Bandura,1997). Con un atteggiamento di questo genere , il bambino ha molte probabilità di diventare un adulto ansioso. Si verifica una sorta di contagio emotivo che avviene attraverso la mediazione di questo tipo di messaggi che il genitore trasmette in continuazione al bambino. Durante la pratica clinica mi è capitato spesso di trovarmi ad affrontare situazioni di ansia scolare. Dopo un breve assessmet con il bambino e con la famiglia spesso si è riscontrata una comorbilità di disturbi d’ansia e paure tra le mamme dei bambini.  L’eziogenesi dei disturbi d’ansia è molto complessa e multifattoriale, tra questi troviamo fattori genetici, ambientali, emotivi e famigliari (Rutter, 1995). L’aspetto famigliare comprende una infinità di situazioni diverse, tutte messe in luce dalla ricerca sperimentale e clinica, delle quali in questa sede si può solo fare un elenco veloce e incompleto. Ci sono le esperienze negative precoci, come l’indifferenza, l’abuso, la perdita dei genitori. ci sono le inadeguate modalità educative di rinforzamento sia positivo che negativo (Celi, 2002).  C’è l’ansia indotta, dove diversi autori hanno riscontrato come le paure dei genitori generino un apprendimento vicario nei bambini: genitori ansiosi, come nel caso sopra riportato, che non si stancano di ripetere al bambino:” Sii prudente, stai attento, non arrampicarti, stai attento a scuola, ecc.” l’apprendimento vicario si verifica quindi quando una risposta comportamentale è acquisita senza bisogno di essere sperimentata direttamente, ma  può essere dato attraverso l'apprendimento diretto delle paure o dell'ansia indotta dei genitori, per tanto può essere detto anche osservativi, quando la risposta comportamentale è acquisita senza bisogno di essere sperimentata personalmente attraverso l'osservazione di un'altra persona. Il meccanismo che stà alla base di tale apprendimento è dato dal trasferimento dell'informazione al bambino che impara la paura di qualcosa perché vede che i genitori hanno paura,  l'informazione quindi, viene trasmessa dal genitore al bambino senza bisogno che il  bambino faccia nessun esperienza diretta (Cazzullo e coll., 1998). Accanto al trasferimento dell’informazione e all’apprendimento vicario, vi è poi l’apprendimento dell’ansia e delle paure dato dal modellamento, il bambino vede che i suoi genitori hanno paura di alcune situazioni e le evitano e così impara egli stesso ad averne paura (Elliot e Place, 2001). La modalità di acquisire nuovi comportamenti  e competenze si chiama modellamento o modeling. Può dunque essere definito come una modalità basata sull’osservazione di un modello e sull’imitazione del suo comportamento.

  • Stile iperprotettivo

“Mia figlia probabilmente è vittima di bullismo, anzi, sicuramente! Ogni tanto viene a casa e mi dice che la sua compagna di classe le fa paura, la usa, vuole sempre che giochi con lei. La mia bimba è molto intelligente e brava a scuola, per tanto la sua compagna la obbliga a passarle i compiti, mi sembra troppo! Credo che se le maestre non fanno nulla per evitare questo, lei subirà un trauma..
Le sue maestre dicono che non è come penso io, anzi, mia figlia ricerca questa compagna, ma io non le credo, noi ci diciamo tutto, lei è molto fragile e la compagna viene da una famiglia non positiva sul piano educativo…”

“…L’allenatore di mio figlio ha delle modalità educative inaccettabili. Urla ai ragazzi di sbrigarsi nello spogliatoio, gli fa fare l’allenamento anche se c’è freddo fuori, credo che mio figlio possa risentirne nella sua autostima, è molto fragile, poi io ricordo che avevo una maestra molto severa e quando urlava mi spaventavo a tal punto che non volevo più andare a scuola.. non voglio che riviva quello che ho passato io, mi sentirei veramente un fallimento come mamma…”

Chi parla sono due madri di due bambini della scuola elementare, G. e S.. Entrambe le madri adottano uno  stile educativo iperprotettivo, che  ha delle caratteristiche simili a quello iperansioso, però anziché stare in ansia per l’incolumità fisica del bambino, in questo caso il genitore si preoccupa dell’incolumità emotiva in modo eccessivo. Si tratta di genitori che cercano di evitare al bambino ogni minima frustrazione, perché temono che potrebbe soffrire in modo irreparabile per il resto della sua vita. Durante il colloquio la mamma di G. riporta alcuni comportamenti che ha adottato nei confronti dei timori della bambina, alcune tra i più rilevanti sono stati di stare con la figlia per tutta l’ora di canto ad osservare quello che succedeva, se l’amica la infastidiva, altre volte è capitato che aiutasse la figlia a preparare i compiti richiesti dall’amica, ha provato a parlare con l’amichetta che la lasciasse in pace, ed altre situazioni simili.
Il comportamento della madre di G. può costituire un grosso problema in quanto viene ostacolata nel bambino la possibilità di imparare a tollerare i disagi e le frustrazioni. Il bambino viene al mondo con una capacità di tollerare la frustrazione che è a livello zero. La tolleranza ad essa si sviluppa gradualmente con l’esperienza durante la crescita, ma se il genitore impedisce questo sviluppo, il bambino si sentirà sopraffatto quando si troverà in circostanze che provocano in lui disagio o sofferenza anche minima.
I genitori che adottano questo stile educativo temono di sentirsi in colpa se non riescono a eliminare tutte le possibili fonti di disagio dalla vita del bambino, per cui spesso riversano sul bambino dimostrazioni di affetto in modo eccessivo e indiscriminato, rinforzando in lui anche la tendenza ad evitare le difficoltà. Il modo di pensare di questi genitori è caratterizzato da convinzioni del tipo: "I bambini non devono mai ricevere nessuna frustrazione"; "Ogni esperienza spiacevole può diventare un trauma che segnerà per sempre il bambino"; "E' terribile se il mio bambino sperimenta una sofferenza anche minima, quindi devo prevenire ad ogni costo che ciò avvenga"; "Il mio valore dipende da come mi comporto come genitore, quindi devo assolutamente evitare ogni possibile errore".
Questo stile educativo crea spesso bambini con bassa tolleranza alla frustrazione ed eccesso di egocentrismo, tale stile educativo spesso genera difficoltà nell’accettare le regole all’interno della scuola, il bambino si sente talmente frustrato di fronte a un no che il più delle volte arriva ad emettere comportamenti oppositivi provocatori. Più frequentemente ancora genera bambini insicuri, non preparati ad affrontare reazioni diverse da quelle a cui si sono abituati nell'ambiente familiare. Diventa difficile, per questi bambini, prevedere quale possa essere per loro il comportamento più adeguato da adottare ed in seguito a ciò spesso cominciano a considerare "terribili" le conseguenze di eventuali azioni sbagliate e a nutrire dubbi sul proprio valore personale.
Spesso tale caratteristica si riscontra anche negli adulti, come nel caso trattato di Daniela, la quale vede ogni emozione negativa come inaccettabile, “se gli altri si comportano così allora sono cattivi, tutti ce l’hanno con me e questo è inaccettabile”.
Daniela , come verrà meglio descritto nella presentazione del caso, proviene da una famiglia iperprotettiva, in cui la madre è sempre stata con lei molto timorosa per la sua incolumità fisica ed emotiva, trasmettendo la sua ansia a Daniela evitando ogni situazione di frustrazione, sino ad istaurare con lei un rapporto simbiotico di dipendenza reciproca.
Le ricerche hanno spesso evidenziato come dietro molti disturbi d’ansia del bambino,  in particolare nel disturbo d’ansia da separazione,  ci sia una situazione famigliare invischiante, eccessivamente accudente e iperprotettivo. Bowlby (1978) che si occupa di attaccamento, accumunasse l’ansia da separazione e le fobie scolastiche, facendo risalire entrambe a un comportamento genitoriale che rende difficile per il bambino una esposizione corretta e sicura alle situazioni stressanti potenzialmente ansiogene. Secondo la teoria dell’attaccamento esiste una componente fondamentale e geneticamente determinata  della natura umana che consiste nella propensione a stringere relazioni emotive intime. L’attaccamento è quindi un sistema motivazionale primario, che dipenda dalla qualità delle relazioni con i genitori (Mlli, 2000).
Tra i fattori predisponenti del disturbo d’ansia, soprattutto nell’ansia da separazione, può esserci uno stile di attaccamento non adeguato tra il bambino e le figure significative della sua vita, di solito la madre, come nei casi sopra riportati.  Il modello di attaccamento ansioso resistente o anche insicuro ambivalente, va a generare dei bambini che appaiono esageratamente angosciati dalla separazione e tale angoscia non permette loro di rasserenarsi neppure nel momento in cui possono ricongiungersi alla madre. Dimostrano una incapacità nel recuperare una loro serenità con comportamenti ambivalenti di interazione, cercando il contatto fisico con la madre, ma nello stesso tempo scalciando e scappando. Spesso le madri non sanno come intervenire e il figlio finisce per stabilire una dipendenza cronica, che gli impedisce di migliorare le cose. Il bambino inizia a evitare le situazioni, la scuola, ogni ambiente ritenuto troppo distante dalla madre.

  • Stile ipercritico

“ Mio figlio deve capire come si stà al mondo, le cose non possono essere lasciate a metà, è come se non hai fatto niente, o si fanno bene o non si fanno!”

“Spendo un sacco di soldi per mandarlo a fare le gare di sci, e sa come lui mi ripaga?! Arriva quarto! Ha capito quarto!! Io spendo soldi e giornate di lavoro mandate all’aria per andarlo a vedere e neppure riesce a piazzarsi sul podio, ora vuole smettere di sciare..
Glielo dico sempre, che se va avanti così non avrà mai successo nella vita!”

Chi parla sono il padre di M., di 17 anni, che frequenta la terza superiore, ed il padre di A., di 14 anni.
La ricerca dimostrato che i diversi stili educativi hanno effetti differenti sul comportamento del bambino, che si manifestano immediatamente nelle risposte al comportamento del genitore, ma che hanno anche effetti a lungo termine nel suo sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo. Questi effetti sono conformi alla teoria dei sistemi dinamici, che si costituiscono attraverso la storia di interazione genitore bambino. Baumrind (1977) ha riassunto le caratteristiche tipiche dei bambini allevati secondo stili educativi differenti, è si è potuto costatare come genitori ipercritici, che assumono un ruolo eccessivamente autoritario, tende a sviluppare nei bambini paure, tristezza, elevata apprensività, demotivati e con poco successo. Questi effetti continuano anche nell’adolescenza, andando ad incidere sull’autostima.
Questo stile educativo è caratterizzato dalla tendenza a notare ed ingigantire gli errori e i difetti commessi dal bambino. L’adulto sarà sempre pronto ad intervenire per notare ogni minimo difetto, ogni comportamento negativo senza mai far caso, invece, ai comportamenti positivi, adeguati; quindi l’interazione col bambino avviene quasi esclusivamente sotto forma di rimproveri. E' un modo di rapportarsi caratterizzato da un'elevata frequenza di comportamenti di critica che possono essere manifestati apertamente oppure in modo sottile. Tali comportamenti sono: rimproveri eccessivi, rimbeccate, manifestazioni di biasimo, commenti moralistici, messa in ridicolo del bambino, svalutazione del bambino. In questo caso l’adulto difficilmente nota i comportamenti adeguati del bambino, mentre è sempre pronto a coglierlo in fallo.
Sono venuta a conoscenza di M. a seguito di una segnalazione degli insegnati, in quanto, nell’ultimo periodo il ragazzo aveva iniziato ad avere un calo sugli apprendimenti, non frequentava più la scuola con regolarità, nelle giornate in cui era a scuola, non mostrava interesse, era suscettibile e spesso reagiva in modo aggressivo. Dopo una serie di incontri con M., sono emerse difficoltà significative sul piano affettivo relazionale, caratterizzati da forti conflitti familiari.  M. tendeva a vedere la sua situazione famigliare, soprattutto con il padre come spiacevole e mancante di amore,  di supporto e comprensione. Per tanto erano  emersi evidenti tratti aggressivi di auto e etero aggressività, caratterizzati da una elevata condizione di ansia e di rabbia, portando M. a temere  le sue reazioni emotive e la perdita di controllo. Il ragazzo  si sentiva  molto suscettibile e temeva di non riuscire a controllare e gestire le proprie  emozioni. Tutto questo ha portato M. a sentirsi  inadeguato nelle relazioni e ad incidere notevolmente sulla sua autostima e sul rendimento scolastico.
Successivamente ho avuto un incontro con i genitori,  ed è stato possibile identificare lo stile educativo, soprattutto del padre di M..
Con M. l’intervento si è caratterizzato valutando, l’importanza di sperimentare modalità comunicative e relazionali diverse per ottenere un cambiamento. In un primo tempo il ragazzo si mostrava molto reticente, per tanto, si è deciso di lavorare attraverso alcuni colloqui motivazionali.
La motivazione quindi, rappresenta uno dei principali costrutti cognitivi e regola  i comportamenti di attivazione e  mantenimento, i quali  indirizzano e   precedono il conseguimento degli obiettivi  volti al cambiamento e al raggiungimento del benessere psicofisico (Clemente) .
L’intervento Motivazionale prevede di analizzare quanto il paziente sia motivato alla terapia, analizzando la sua fiducia nel   riuscire a fronteggiare il problema, analizzando quanto è disposto ad impegnarsi nel trattamento e concorda sugli obiettivi terapeutici (Miller e Rollnick, 2004).
Si è analizzato l’aspetto motivazionale attraverso alcuni semplici compiti:

  • La mia vita  tra 10 anni senza il problema che mi affligge, M. risponde nel seguente modo: “sarei sicuramente più felice, vorrei non aver rimpianti con mio padre, potrei confrontarmi con lui e far si che lui sia fiero di me. Potrei occuparmi in modo più sereno dei miei interessi e mi sentirei realizzato”.
  • Alla stessa domanda:  La mia vita tra 10 anni con il problema che mi affligge, M. risponde: “forse non comunicherei più con lui, avremmo lo stesso rapporto che lui ha con mia nonna, oppure sarebbe tutto com’è adesso se non peggio, forse non concluderei niente di buono, farei tutto quello che lo farebbe arrabbiare, distruggendo me stesso. Renderei mia madre sempre più infelice”.

È stata completata la schema dell’”apple pie” con i domini di vita che compongono la vita reale del paziente ed una con i domini ideali che vorrebbe. Integrando tale fase con l’esercizio dell’elastico portando M. a riflettere sul fatto che se continuiamo a tenere tirato l’elastico dalla parte del “conflitto con il padre” probabilmente le sue credenze diventeranno reali. Nella fase conclusiva dell’intervento, M. ha iniziato la scuola. Si sente più motivato rispetto all’anno scorso. Ha deciso che quest’anno non vuole più fare il rappresentante di classe, è stanco di assumersi sempre lui le responsabilità della classe nel dire cosa non va, anche perché nessuno lo sostiene al momento che gli insegnanti chiedono spiegazioni. L’insegnante d’italiano con cui l’anno precedente aveva avuto diversi conflitti, quest’anno gli insegna storia, quindi ha solo due ore alla settimana. Il suo rapporto con il padre è sempre sul filo del rasoio. Si è cercato di analizzare la situazione e quanto questa precarietà gli renda disagio. Abbiamo cercato di valutare la possibilità di confrontarsi con il padre analizzando i punti di forza e di debolezza del suo agito, lavorando su alcuni fattori principali per la buona riuscita degli obiettivi preposti.
M. riporta che la situazione a casa è stabile, ma il rapporto con il padre non è come lui lo vorrebbe.  Teme sempre che le cose vengano compromesse nuovamente, soprattutto adesso che è iniziata la scuola e vede i suoi amici. Teme che possano esserci più opportunità per discutere. M. mi dice che vorrebbe andare a lavorare il pomeriggio per mantenersi ulteriormente. La madre non vuole, invece il padre gli ha detto che farebbe bene se riesce a combinare con la scuola. Chiedo a M. cosa pensa di modificare con questa scelta nel suo rapporto con il padre. M. di primo impulso mi risponde, “Non mi aspetto niente”, poi riflette, crede che se va a lavorare di pomeriggio il padre potrebbe essere fiero di lui, in questo modo sarebbe meno probabile discutere e lui dimostrerebbe ai suoi genitori che è maturo e responsabile, loro potrebbero pensare di più a loro stessi.
Lo stile educativo adottato dal padre di M. ha determinato in lui la paura di sbagliare, paura di essere disapprovato, isolamento sociale, basso livello di autostima e comportamenti di esitamento (come nei confronti della scuola).  I diversi studi hanno identificato come tale stile educativo determina nei figli poca motivazione allo studio e alle relazioni.
Mi è capitato spesso di interagire con bambini e ragazzi che si definivano inadeguati, non capaci, soli e non amati dagli altri. Quando il genitore adotta queste modalità educative è complesso riuscire ad accrescere l’autostima nei bambini, ed allo stesso tempo a volte ho dovuto lavorare in classi con una elevata competitività, dove mancava il rispetto degli altri pur di avere una approvazione anche minima dall’adulto di riferimento, ma si aprirebbe un altro capitolo, che non è il caso di affrontare in questa sede.

  1. Stile perfezionistico

“Mio figlio deve mostrarsi sempre all’altezza della situazione, è giusto che faccia la media dei voti e che si disperi di fronte a un voto che possa incidere sulla sua media, prima si abitua a d accettare le conseguenze della vita prima capirà che la vita non accetta sbagli! Io ho fatto così, ed ancora oggi nessuno mi permette di sbagliare!”

“Ho chiesto a mia madre se è contenta di me.. lei mi ha risposto di no, in quanto all’ultimo esame ho preso solo 24 e che non la aiuto abbastanza con i miei fratelli, trovo sempre la scusa che devo studiare e che so solo pensare per me…”

Chi parla è la madre di F., 13 anni, e di A., 21 anni.
Entrambi i genitori adottano uno stile educativo perfezionistico, tipico di quei genitori che considerano sbagliato tutto ciò che non è perfetto al cento per cento, in quanto esigono, dai propri figli, livelli di prestazione molto elevata, senza essere abbastanza oggettivi nel considerare quali siano le difficoltà del compito. Questo stile educativo è sostenuto dalla convinzione che bisogna riuscire bene in tutte le cose e che il valore di un bambino, come quello dei suoi genitori, dipende dai successi che egli riesce a conseguire. Tali genitori comunicano al bambino che egli vale qualcosa e merita di essere amato solo se riesce in tutto quello che fa. Il bambino acquisisce egli stesso un atteggiamento perfezionistico ed impara a temere la disapprovazione ed il rifiuto qualora non riesca completamente bene in ciò che intraprende. Tutto ciò porta il bambino ad essere molto in ansia quando si cimenta in qualcosa di impegnativo (compiti, esami, gare ecc.) in quanto la possibilità di sbagliare viene considerata una catastrofe. questo stile educativo è sostenuto dalla convinzione che bisogna riuscire bene in tutte le cose e che il valore del bambino dipenderai successi che riesce a conseguire. I genitori tendono a esigere degli standard di prestazione molto elevati e spesso considerano completamente sbagliato ciò che non è fatto in modo perfetto. Essi con il loro modo di fare comunicano al bambino che lui vale qualcosa e merita di essere amato solo se riesce in tutto quello che fa. Il bambino acquisisce egli stesso un comportamento di Perfezionismo e impara a temere la disapprovazione e il rifiuto qualora non riesca in modo ottimale in ciò che intraprende. Tutto ciò porta il bambino ad essere molto in ansia quando si cimenta in compiti impegnativi, in quanto la possibilità di sbagliare viene vista come una catastrofe.
Tutto questo è ben visibile nella situazione di F.. Sono venuta a conoscenza della situazione, in quanto il ragazzo si è rivolto allo spazio ascolto a seguito di una sua grande difficoltà di fronte alla scelta della suola superiore. F. era molto combattuto nella scelta due scuole: era indeciso tra Ragioneria e il Liceo scientifico. Il ragazzo aveva sempre avuto un buon rendimento scolastico, nonostante la scuola non era per lui l’unico, amava giocare a calcio, ed era molto bravo, per tanto proprio nel periodo dei nostri colloqui, si trovava a dover affrontare un’altra scelta, legata al cambiamento di squadra, da una parte una squadra che lo avrebbe fatto crescere molto, ma richiedeva più impegno da parte sue, dall’altra parte una squadra di categoria inferiore, dove l’impegno era minore ed era sicuro di giocare sempre come titolare. Allo stesso modo si trovava nella scelta della scuola, ragioneria era più semplice e lui non avrebbe dovuto investire molto per avere un buon rendimento, nonostante non lo preparava al meglio per un percorso universitario, dall’altra parte il liceo, richiedeva un impegno maggiore, il rischio di prendere delle insufficienze, che adire di F., la cosa sarebbe stata inaccettabile, per lui, ma soprattutto per la madre. Abbiamo lavorato a lungo sulla scelta, sul significato del cambiamento, analizzando i punti di forza e di debolezza delle due scuole attraverso l’utilizzo delle tecniche di problem solving (Gordon, 1991). E’ una procedura mentale che si mette in atto davanti ad un problema. Il problema è tale se non abbiamo nel repertorio automatico la soluzione. Quindi i 5 passi del problem solving sono:

  1. predisporsi positivamente alla soluzione del problema (es.: “altre volte ho risolto problemi simili”, “ è un problema difficile e nuovo per me, ma se seguo un metodo potrò avvicinarmi alla soluzione”..)
  2. definire il problema con chiarezza e precisione
  3. elencare tutte le soluzioni possibili (brainstorming)che ci vengono in mente (più sono meglio è,non valutarne l’efficacia ma proporne il maggior numero possibile)
  4. scegliere la soluzione che riteniamo migliore
  5. metterla in pratica e verificarne l’efficacia.

Con F. si è analizzato il fatto che quando si presenta un problema  è normale provare disagio perché bisogna affrontare una situazione nuova, non immediatamente risolvibile con gli strumenti già a disposizione. Tuttavia essendo in possesso di strategie si può pensare di arrivare alla soluzione migliore. Per fare questo occorre innanzitutto definire in modo chiaro e preciso il problema. Quindi si scrivono a “ruota libera” tutte le possibili soluzioni al problema senza valutarle, con lo scopo di produrre il maggior numero di idee possibili. Infine si sceglie la strategia migliore per risolvere quel problema all’interno del ventaglio di possibilità e la si mette in pratica.
Per scegliere è importante identificare la propria autoefficacia, che  si riferisce alla convinzione di poter organizzare e realizzare i comportamenti adeguati a   gestire le situazioni che si incontreranno in modo da raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati. (Bandura, 1995).
E’ fondamentale mettere in pratica la strategia scelta per valutare l’efficacia del problem solving. Se la strategia non funziona metto in discussione le fasi del processo di problem solving. Analizzando ogni fase cerco di individuare dove è stato commesso l’errore e riparto da quel punto.
Il problem solving va riferito alla situazione specifica, “qui ed ora” senza cercare di allargare il quadro dei problemi.
Spesso è utile scomporre il problema in sotto-problemi più piccoli e “maneggevoli”.
Nelle possibili soluzioni identificate da F., è emersa la necessità di fare un incontro con la madre. 
Dal colloquio avuto con la madre si è potuto identificare una certa rigidità  ed uno stile perfezionistico, che portava F. a temere di sbagliate, ed allo stesso tempo, tale stile educativo  porta i bambini imparano a considerare i propri sentimenti come sbagliati, inadeguati, privi di valore. Possono credere che c’è qualcosa di sbagliato nel loro intimo perché hanno emozioni sbagliate. Potrebbero avere difficoltà a gestire le proprie emozioni.
Questi genitori tendono ad adottare alcune caratteristiche rilevanti, tra le quali:

  • Tratta  i sentimenti del figlio come poco importanti, irrilevanti.
  • Si disinteressa o ignora i sentimenti del figlio.
  • Vuole che le emozioni negative del figlio scompaiano in fretta.
  • Utilizza frequentemente la distanza come  mezzo per mettere a tacere le emozioni del figlio.
  • Tende a mettere in ridicolo o a prendere alla leggera le emozioni del figlio.
  • E’ convinto che i sentimenti dei bambini siano irrazionali, e quindi irrilevanti.
  • Mostra scarso interesse a quanto il figlio cerca di comunicargli.
  • A volte ha scarsa consapevolezza delle sue stesse emozioni e di quelle degli altri.
  • Si sente a disagio, impaurito, ansioso, infastidito, ferito o sopraffatto dalle emozioni del bambino.
  • Teme di perdere il controllo dal punto di vista emotivo.
  • Si concentra più sul superare le emozioni che non sul comprenderne il significato.
  • E’ convinto che le emozioni negative siano dannose o tossiche.
  • E’ convinto che concentrarsi sulle emozioni negative faccia altro che peggiorare le cose.
  • E’ incerto sul da farsi riguardo alle emozioni del bambino.
  • Interpreta le emozioni del figlio come una richiesta di sistemare le cose.
  • E’ convinto che le emozioni negative significhino che il figlio non è ben equilibrato.
  • E’ convinto che le emozioni negative del figlio si riflettano dannosamente sui genitori.
  • Minimizza i sentimenti del figlio sminuendo gli avvenimenti che hanno provocati.
  • Non agisce secondo un logica “problema soluzione” rispetto alle emozioni negative.
  • E’ convinto che lo scorrere del tempo è sufficiente a risolvere la maggiore parte dei problemi.

Si è potuto costatare come questo stile educativo porta spesso a ripercussioni nella vita dell’adulto, caratterizzandosi con idee disfunzionali. La Terapia di Ellis si evolve nel tempo attraverso successive rivisitazioni. Dalla RT alla RET e, infine, all’attuale REBT. In tutte queste rivisitazioni un aspetto rimane centrale. Tutte le emozioni possono essere distinte in funzionali e disfunzionali che vengono rispettivamente generate da credenze razionali e irrazionali (J.Beck,2002).
È importante notare che le emozioni funzionali non sono emozioni positive. Infatti eventi negativi possono portare a emozioni negative funzionali (es: tristezza) o disfunzionali (es: depressione) a seconda che l’interpretazione di tale evento sia guidata da credenze razionali o irrazionali.
È disfunzionale che un evento triste (come la perdita di una persona cara) conduca alla depressione ma è giusto e normale che sia triste. Non sarebbe sana un’emozione disfunzionale come la depressione ma non lo sarebbe neanche un’emozione positiva (come la felicità). In questo senso le emozioni potrebbero essere rappresentate lungo un continuum con un polo positivo (bianco) e uno negativo (nero). Entrambi gli estremi, innanzi ad un evento negativo possono essere ritenuti “non sani”. Il nostro obiettivo è quello di spostare le emozioni verso il grigio (emozioni funzionali anche se negative).
Si può identificare due grandi gruppi di credenze, tra le quali troviamo, le credenze razionali, le quali comprendono, emozioni funzionali, ma negative: tristezza, frustrazione, reoccupazione. Allo stesso tempo troviamo le Credenze irrazionali, dette emozioni disfunzionali e negative, tra le quali troviamo: Depressione, Rabbia ed Ansia.
L’idea disfunzionale che si genera a seguito di uno stile educativo disfunzionale è il perfezionismo, il pensiero dicotomico e la catastrofizzazione (Beck, 1984). Queste caratteristiche sono ben visibili nel caso di A. riportato nella tesi. La ragazza riporta spesso sentimenti di inadeguatezza, il timore di non essere abbastanza se non raggiunge obiettivi massimi, i quali una volta raggiunti non le permettono di sentirsi gratificata a sufficienza, perché immediatamente se ne pone di maggiori e il più delle volte ai successi attribuisce cause esterne (Bandura, 1997).

  • Stile incoerente

Non so più come fare con mia moglie, temo la ripercussione delle sue reazioni sulla crescita dei bambini. È ambivalente con loro, quando loro la ricercano lei non c’è mai non li abbraccia non gioca con loro. Le poche volte che lei si avvicina a loro, i bambini a volte la respingono quasi timorosi delle conseguenze. Spesso ha reazioni estreme, l’altra sera mentre riportava a letto i due bimbi, il più grande è urtato contro al bimbo più piccolo colpendolo al naso. La madre si è messa ad urlare offese pesanti e a fare paragoni tra i due fratelli, tu sei sempre il solito! Tuo fratello è una tua vittima, non so come va a sopportarti, io non ti voglio più!”

“Non sopporto più mia madre, mi sento come un pacco postale, a seconda delle sue esigenze, siamo lasciati io e mio fratello o dalla nonna o dal papà, sono sempre con la borsa in mano!! Poi a seconda del suo umore mi dice di si o di no per uscire. L’altro giorno, io ero in punizione,  eravamo dalla nonna e lei voleva andare da una amica, ma temeva che la nonna la sgridasse se andava da sola, così mi ha detto che se l’accompagnavo, alla sera mi avrebbe fatto uscire con l’Alice e non lo avrebbe detto al papà… mi sento usata…”

Chi parla è G., un padre che si rivolge allo spazio ascolto a seguito di un periodo di crisi coniugale con la moglie, che si stà ripercuotendo sulla vita dei figli. G. è molto preoccupato rispetto al comportamento della moglie, ed effettivamente i suoi timori sono reali, come si può vedere nel caso di Emma, che proprio lei riporta un episodio accaduto con la madre.
I genitori che presentano questo stile tendono a gratificare o a punire il bambino a seconda del loro umore anziché in base all’adeguatezza o meno del comportamento. L’incoerenza può essere intrapersonale, come nel caso suddetto, oppure può essere interpersonale, quando i genitori reagiscono in maniera differente allo stesso comportamento. Si tratta di genitori che spesso rimproverano il bambino per i suoi errori senza stabilire con lui delle regole chiare. Chi adotta uno stile educativo caratterizzato da incoerenza tende a coltivare convinzioni del tipo: “Qualsiasi cosa io senta di fare è giusta”; “E’ troppo faticoso cercare di essere coerenti”;
Mi sono trovata spesso di fronte a questa modalità educativa, il più delle volte in situazioni genitoriali conflittuali, quali separazioni o dove vi erano conflitti rilevanti in famiglia.
Dalle parole riportate da Emma durante un colloquio, caso esposto nella mia tesi,  si nota una situazione famigliare molto difficile a seguito di una separazione conflittuale tra i genitori. la ragazza si trova spesso a dover far fronte ad uno stile educativo incoerente sia per quanto riguarda la madre che il padre. Loro si fanno la guerra e lei si trova all’interno dei loro conflitti, non riuscendo ad avere punti fermi, tale mancanza la porta spesso ad avere ansia e a mettere in atto comportamenti disfunzionali, si mostra manipolativa nelle relazioni, eccentrica e fa fatica ad avere relazioni stabili nelle amicizie e soprattutto nelle relazioni affettive. Novack sostiene dell’importanza dei ruoli all’interno della famiglia, la società e la cultura determinano le funzioni e le modalità attraverso il modellaggio dei processi di socializzazione. I ruoli rappresentano le funzioni che ci si attende vengano svolti dai membri della famiglia, ovvero ciò che essi modificano attraverso prompting e modelling e rinforzamento (Novack, 1999).
Quando un bambino, come nel caso di Emma,  si trova a dover far fronte a situazioni in cui i ruoli genitoriali non sono chiari e spesso si scambiano, avviene che in   questi casi al bambino vengono a mancare dei punti di riferimento in base a cui riconoscere se un comportamento è o meno appropriato, per cui possono sviluppare disturbi della condotta o un senso di insicurezza con reazioni d’ansia. Nel caso di Emma è stato possibile osservare quanto l’ambivalenza della madre abbia suscitato in lei forti sentimenti d’ansia, gestiti in modo disfunzionale da comportamenti devianti sul piano sessuale e delle relazioni, è stato per tanto utile lavorare sul piano affettivo relazionale attraverso una rialfabetizzazione emotiva e le abilità di problem solving per quanto riguarda le situazioni sociali e relazionali  della ragazza.

  1. Il genitore Censore

“…Mia madre quando avevo dodici  anni mi regalò un libro: “ I dodici peccati capitali”, tra questi era elencato ai primi posti la masturbazione. Io proprio in quel periodo avevo sperimentato questa esperienza, mi sono sentito malissimo, avevo incubi notturni, mi vergognavo di me, credevo che questo mio agito mi avrebbe portato all’Inferno. Più volte ho provato ad andarmi a confessare, ma non ne ho mai avuto il coraggio.. ancora oggi me ne vergogno moltissimo…”

Chi parla è D., un ragazzo di 22 anni, si presenta a me per una consulenza privata, a seguito di problemi affettivi relazionali. Dopo un breve assessment, è stato possibile identificare che alla base delle difficoltà affettive relazionali si era creato un disturbo sessuale. All’origine delle difficoltà di D.  è stato possibile identificare uno stile educativo eccessivamente rigido e “censore”, come emerge dalle parole sopra riportate dal paziente durante un colloquio.
Lo stile educativo censore, ricalca gran parte dei comportamenti del genitore noncurante, ma in modo più negativo per il bambino in quanto gli effetti tendono ad essere più profondi ed innescano pensieri disfunzionali più radicati.
La ricerca ha più volte riportato che uno stile educativo eccessivamente rigido può provocare diverse conseguenze nella crescita del bambino(Bandura, 1997), alcune caratteristiche prevalenti sono le seguenti:

  • Il genitore censore tende a giudicare e criticare le manifestazioni emotive del figlio.
  • Il più delle volte i genitori che adottano tale stile educativo, tendono ad essere  fin troppo consapevoli della necessità di porre dei limiti al proprio figlio, quindi come la madre di D., tende a mettere in atto meccanismi punitivi, sino a fare ritenere le azioni del figlio immorali ed eccessivamente sbagliate.
  • Il genitore censore tende a enfatizzare la necessità di confermarsi ad uno standard di buon comportamento e di apparenza a livello sociale.
  • Rimprovera, disciplina o punisce il figlio per le sue manifestazioni di emotive, indipendentemente dal fatto che si sia comportato male o bene.
  • E’ convinto che l’espressione di emozioni negative debba essere limitata nel tempo.
  • E’ convinto che le emozioni negative vadano controllate.
  • E’ convinto che le emozioni negative riflettano tratti negativi del carattere.
  • E’ convinto che il bambino usi le emozioni negative per manipolare gli altri; questa convinzione lo porta a conflitti di potere con il figlio.
  • E’ convinto che le emozioni rendano deboli le persone mentre i figli devono essere temprati emotivamente per affrontare la vita.
  • E’ convinto che le emozioni negative siano improduttive, una perdita di tempo.
  • Considera le emozioni negative (e particolarmente la tristezza) come un lusso in cui non indulgere.

E’ preoccupato che il figlio obbedisca all’autorità.
I diversi studi hanno identificato che il più delle volte gli effetti che ha questo stile sui bambini, determina in loro pensieri disfunzionali, alcuni tra questi possono essere il fatto di considerare i propri sentimenti come sbagliati, inadeguati, privi di valore, come si è potuto vedere nel caso di D., riportato completamente nella tesi. Per tanto possono arrivare a credere che c’è qualcosa di sbagliato nel loro intimo perché hanno emozioni sbagliate, arrivando per sino al fatto che potrebbero avere difficoltà a gestire le proprie emozioni (Novack, 1999).

7. Il genitore lassista

“ Sono venuta da lei in quanto le insegnanti di mio figlio (II Media) a dire loro, ha dei problemi relazionali con i compagni e con gli insegnanti. Spesso è aggressivo, risponde male, ma lui è abituato a parlare con gli adulti e a discutere alla pari, in quanto io e mio marito lo trattiamo come un adulto. A volte quando arriva a casa da scuola è nervoso, da i pugni alle porte mi risponde male, poi dopo un po’ che stiamo assieme si calma. Al pomeriggio esce con i suoi amici, più piccoli, ma io sono felice, perché lui è ancora un bimbo.. pensi. Alla sera dorme ancora con noi, io non glielo impedisco, sarà lui a decidere quando è ora di dormire da solo. Alla mattina beve ancora la colazione nel biberon e mi si siede in braccio e io lo coccolo, sa è più veloce così la colazione che mangiare i biscotti a parte. L’insegnante dice che questo è un problema, allora ho pensato di trovare come scusa i cereali che il suo allenatore di calcio gli ha suggerito, questi non passano dal biberon e il suo allenatore lo stima molto..”

Chi parla è la madre di A., un bambino di 12 anni, la quale si presenta allo spazio ascolto su segnalazione degli insegnanti, in quanto il figlio presenta diversi problemi comportamentali e relazionali con i compagni e con i docenti. A. si mostra oppositivo, provoca l’adulto, sembra, a dire degli insegnanti, che nessuna punizione lo tocchi, note, rapporti, convocazione dei genitori, lo lasciano indifferente.
I genitori che presentano questo stile tendono a permettere al figlio ogni tipo di reazione emotiva ed ogni comportamento, il genitore adottando uno stile eccessivamente lassista,  non riesce a dare delle regole o a mantenerle nel tempo. Questo stile educativo porta  confusione nel bambino, difficoltà a capire quando deve fermarsi, questo può creare un forte disagio anche nell’ambiente scolastico per quanto riguarda la gestione del gruppo classe.
Le caratteristiche più rilevanti di questo stile educativo possono essere:

  • Accetta liberamente le manifestazioni emotive del figlio.
  • Offre conforto al figlio nel momento in cui questi prova sentimenti negativi.
  • Offre scarse indicazioni di comportamento.
  • Non insegna nulla al bambino rispetto alle sue emozioni.
  • E’ permissivo, non pone dei limiti.
  • Non aiuta il figlio a risolvere i suoi problemi.
  • Non insegna al figlio metodi di risoluzione dei problemi.
  • E’ convinto che rispetto alle emozioni negative non ci sia molto altro da fare se non accettarle.
  • E’ convinto che gestire le emozioni negative sia una questione idraulica: rilascia l’emozione e il lavoro è fatto.

Queste caratteristiche affettive e comportamentali derivano quindi dal fatto che i genitori permissivi accettano il comportamento del bambino senza tentare di modificarlo, non riescono ad essere direttivi con il figlio, adottando un rinforzamento positivo senza condizioni, non necessariamente contingente ai comportamenti desiderati(Novack, 1999).
Gli effetti che questo stile ha sui bambini possono essere diversi, tra questi i più frequenti sono la difficoltà ad imparare le regole le loro emozioni. Possono avere problemi a concentrarsi, a crearsi delle amicizie, a stare insieme ai coetanei.

“Libertà è il mio bel mare d’estate
Libertà è la mia matta voglia di tuffarmi
Libertà è la mia grande paura di annegare
Libertà è il mio immenso bisogno del papà vicino”
Da Adesso Basta. Ascoltami. Berto; Scalari.Ed. La Meridiana

CONCLUSIONE

Durante questi cinque anni di lavoro nelle scuole, più volte mi è stata posta la domanda: “Ma come si fa ad essere buoni genitori?”. Purtroppo non sono mai riuscita a dare una risposta, in quanto non esistono ricettari ne’ per essere buoni genitori ne’ per essere buoni figli, ma ogni famiglia deve trovare le proprie soluzioni,  dove il più delle volte si ci trova ad attraversare prove per tentativi ed errori.
Per tanto si tende a definire un genitore efficace,  quello che si concede di essere una persona, una persona autentica, che accetta  il figlio per quello che è, adottando per lui  un   amore incondizionato (Gordon, 1991).
Il ruolo del genitore è quello di fungere da guida  per i propri  figli nel mondo delle emozioni, le quali, vanno oltre la semplice accettazione dell’emozione stessa, cercando di porre dei limiti nei confronti dei comportamenti inaccettabili, insegnando ai loro figli come fare a regolare i sentimenti, trovando adeguate modalità espressive e risolvendo i problemi (Gordon, 1991), per fare ciò è  importante tenere presente alcune accortezze genitoriali.
Nessun genitore può però accettare sempre e comunque i comportamenti del figlio, in quanto fingere di accettare tali comportamenti, da “bravo genitore” non è amore, anzi si danno segnali contradditori ai figli che possono alimentare ansia e insicurezza. Il bambino non va considerato uguale ad un adulto ma neppure incompetente e dipendente, ma porsi nell’ottica che il bambino è competente, anche se a volte appare confuso, perchè si trova a confrontarsi con due aspetti contrastanti, da un lato esigenze infantili e dall’altro desiderio sempre crescente di indipendenza, il bambino più  cresce più esige libertà, per tanto è utile dare regole precise da subito (Novack, 1999).
Tra gli accorgimenti del genitore, vi è anche l’utilizzo degli oggetti materiali, i quali  non devono essere rinnovati continuamente, perchè il bambino ha bisogno di vivere cose come speciali, legarsi affettivamente ad esse e affrontare eventuali spazi vuoti se li perde o li rompe. E’ importante che possa ribellarsi e criticare, che senta che il suo punto di vista e’ ascoltato e che l’adulto porta avanti con convinzione la sua posizione. Esaudire e acconsentire ad ogni richiesta del figlio non è amore, anche perchè non sempre le richieste dei figli corrispondono ai loro effettivi bisogni, questo per evitare di creare dei piccoli tiranni. Allo stesso tempo, volere che il figlio faccia sempre quello che noi riteniamo giusto non è un suo dovere ma un nostro volere a cui lui si adatterà o meno a seconda della nostra autorevolezza. Non è dandoci sempre ragione che ci dimostra il suo amore, in questo modo si cerca di rendere i figli iper-responsabili.
Il genitore autorevole usa la ragione, prende in considerazione i punti di vista del bambino e li valutano, ma mantengono il controllo del suo comportamento, in quanto i  figli hanno bisogno di regole condivise (Baumrind,1966).  Il genitore cerca in questo modo di  mediare e a spiegare la regola al figlio evitando molti conflitti futuri. È  stato dimostrato nei bambini, che la possibilità di prevedere la reazione dei genitori li rassicura e li aiuta a capire i limiti . Sottolineare con loro quali sono le regole e renderli responsabili del mantenerle, stimola la co-responsabilità e favorisce l’autocontrollo. Attraverso alcuni accorgimenti nel dare le regole, come l’elogiare i comportamenti di rispetto della norma promuovono l’autodisciplina.
Dagli studi condotti in tema di competenza genitoriale è emerso che i “genitori efficaci” hanno:

  • una forte consapevolezza delle proprie emozioni e delle persone che amano;
  • riconoscono che tutte le emozioni (anche quelle generalmente considerate negative, come la tristezza, la paura, la collera) possono svolgere una funzione positiva nella vita; i genitori-allenatori incoraggiano nei loro figli l’onestà emotiva, non temono di mostrare le proprie emozioni ai figli perché sanno di poter esprimere la propria collera, la tristezza e la paura in maniera costruttiva, rappresentando in questo modo per i figli un prezioso modello.
  • non si sentono obbligati a sistemare ogni cosa che non funziona nella vita dei loro bambini, pur essendo attenti e disponibili a fornire un supporto nei momenti di difficoltà
  • rispetto ai comportamenti dei figli rispondono soprattutto con emozioni tenute ad un livello di intensità piuttosto basso (le emozioni non devono raggiungere il parossismo prima che il bambino riesca ad attirare l’attenzione su di sé)
  • accettano tutti i sentimenti e i bisogni, ma non tutti i comportamenti, pongono dei limiti e inviano dei messaggi chiari su ciò che è un comportamento accettabile  e su ciò che non lo è. Una volta che i bambini hanno appreso le regole e compreso le conseguenze cui vanno incontro se le infrangono, è molto più improbabile che si comportino male.

Il genitore autorevole utilizza quindi, i momenti emozionali per stare ad ascoltare, empatizzare con parole tranquillizzanti e affettuose, aiutare il bambino a dare un nome all’emozione che prova, offrire una guida per padroneggiare l’emozione, porre dei limi e insegnare modi accettabili per manifestare le emozioni, trovare sistemi per risolvere i problemi . Le caratteristiche rilevanti di questo stile educativo sono che il genitore utilizza  le seguenti accortezze:

    • Valuta l’emozione negativa del figlio come un’occasione d’intimità.
    • Riesce a trascorrere del tempo con un bambino triste, arrabbiato o spaventato; non diventa impaziente di fronte all’emozione.
    • E’ consapevole delle emozioni del figlio e dà loro un valore.
    • Vede nel mondo delle emozioni negative un importante terreno dell’essere genitore.
    • E’ sensibile agli stati emotivi del bambino, anche quando sono quasi impercettibili.
    • Non è confuso o ansioso nei confronti dell’espressione emotiva del bambino; sa quel che c’è da fare.
    • Rispetta le emozioni del figlio.
    • Non spiega al figlio quel che dovrebbe provare.
    • Non pensa di dover risolvere tutti i problemi del figlio.

Ė risultato che questo stile di comportamento genitoriale rende il legame emozionale tra genitori e figli molto solido, sicchè i figli diventano più ricettivi nei confronti delle richieste dei genitori. Quando i figli si sentono emotivamente vicini ai loro genitori, e i genitori utilizzano questo legame per aiutarli a padroneggiare i sentimenti e a risolvere i loro problemi, i risultati non mancano. Dagli studi condotti emerge inoltre che i figli “emotivamente allenati” ottengono migliori risultati a scuola, godono di una migliore salute e stabiliscono relazioni più positive con in coetanei, hanno minori problemi di comportamento e riescono a recuperare più rapidamente dopo esperienze negative: l’intelligenza emotiva che hanno acquisito permette loro di essere più preparati ad affrontare le sfide che li attendono nella vita (Goleman, 1996). 
È  importante acquisire nuove competenze comunicative, quale l’ascolto empatico, per potere essere consapevoli delle proprie emozioni e di quelle del bambino, per tanto Sono state identificate cinque fasi chiave per diventare un buon allenatore emotivo, le quali sono:

  1. essere consapevoli delle emozioni del bambino
  1. riconoscere nell’emozione un’opportunità di intimità e di insegnamento
  1. ascoltare con empatia e convalidare i sentimenti del bambino
  1. aiutare il bambino a trovare le parole per definire le emozioni che prova
  1. porre dei limiti, mentre si aiuta il bambino a risolvere il problema (problem solving guidato)

Durante l’esperienza scolastica, mi sono avvalsa di dare ulteriori strategie educative  ai genitori e agli insegnanti, alcune di queste sono state:

  • evitate le critiche eccessive,  i commenti umilianti o sarcastici nei confronti di vostro figlio
  • per allenare vostro figlio usate il “sostegno graduale” e l’elogio
  • create la mappa mentale della vita quotidiana di vostro figlio
  • evitate di “schierarvi con il nemico”
  • pensate alle esperienze di vostro figlio riferendole a situazioni simili nel mondo degli adulti
  • non cercate di imporre le vostre soluzioni ai problemi di vostro figlio
  • fate sentire importante vostro figlio offrendogli la possibilità di scelta e rispettando i suoi desideri
  • condividete i sogni e le fantasie di vostro figlio
  • siate sinceri con vostro figlio
  • leggete insieme i libri per ragazzi
  • siate pazienti nel processo educativo

La ricerca attuale ha più volte dimostrato come  questo stile educativo influisca positivamente sui bambini, in quanto imparano a fidarsi dei propri sentimenti, a regolare le proprie emozioni e a risolvere i propri problemi. È molto probabile che i bambini cresciuti con genitori di questo tipo arrivino ad avere un’alta stima di sé, imparano bene e si trovano a proprio agio con gli altri (Celi, 2002).
Per tanto è  importante che i genitori esaminino il proprio modo di rispondere verbalmente ai figli perché la loro efficacia di educatori dipende in larga misura dal comportamento verbale.
Attraverso un esercizio si può aiutare i genitori a riconoscere il proprio modo di rispondere verbalmente alle emozioni o ai problemi presentati dai figli (Di Pietro, 1999).
Le loro modalità di risposta si possono classificare nelle seguenti categorie:

  • Dare ordini, dirigere, comandare.
  • Mettete in guardia, ammonire, minacciare.
  • Esortare, moralizzare, fare la predica.
  • Consigliare, offrire soluzioni o suggerimenti.
  • Insegnare, argomentare, persuadere. 
  • Giudicare, criticare, opporsi, biasimare.
  • Elogiare, assecondare.
  • Etichettare, ridicolizzare, umiliare.
  • Interpretare, analizzare, diagnosticare.
  • Rassicurare, simpatizzare, consolare, sostenere.
  • Inquisire, fare domande, indagare.
  • Minimizzare, cambiare argomento, scherzare, distrarre.

Se i genitori riescono a collocarsi in una delle dodici categorie, rientrano nella “normalità”. Molti genitori si stupiscono di tanta uniformità. Inoltre, la maggior parte dei genitori non è mai stata aiutata a riconoscere il proprio modo di rispondere ai figli, ai loro sentimenti e ai loro problemi. L’alternativa è l’ascolto attivo.
ATTACCAMENTO : DIPENDENZA E INDIPENDENZA

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Dott.ssa Iris Guazzetti
Psicologa Psicoterapeuta - Reggio Emilia


Dott.ssa Iris Guazzetti Psicologa Psicoterapeuta
Reggio Emilia

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Iscritta all’Albo degli Psicologi dell’Emilia Romagna n. 3900/sezione A
Laurea in Psicologia università di Parma e scuola di Specializzazione in Psicoterapia Cognitivo comportamentale
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